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Creatività, AI e nation branding nei video che presentano le Nazionali della FIFA World Cup 2026

Nelle ultime settimane, molti di noi si sono imbattuti nei video di presentazione e annuncio dei “magnifici 26”: l’elenco ufficiale dei calciatori, ventisei appunto, che ciascuna nazionale ha scelto di portare ai Mondiali di calcio di Canada, Messico e Stati Uniti.

Passiamo in rassegna alcuni dei video più belli, provando a metterli anche in ordine. Iniziamo dai più semplici per finire con quelli che ci sono sembrati in vetta a un’ipotetica hit parade.

Guida ai video più belli ed efficaci di presentazione delle squadre partecipanti alla Coppa del Mondo di calcio.

Quale comunicazione è più “corporate” di quella di una Federazione calcistica nazionale? Poche altre. Certamente, quelle delle istituzioni, degli organismi internazionali.
Però si sa che il pallone smuove cuori e coscienze, coinvolge ed emoziona. E appare chiaro allora come i messaggi di Federazioni che rappresentano migliaia di praticanti e milioni di tifosi siano davvero molto importanti, forse ancora di più di quelli delle grandi aziende.

Nelle ultime settimane, molti si sono imbattuti sui social network nei video di presentazione e annuncio dei “magnifici 26”: l’elenco ufficiale dei calciatori, ventisei appunto (qualcuno in più per chi ha selezionato anche le riserve), che ciascuna nazionale ha scelto di portare ai Mondiali di calcio di Canada, Messico e Stati Uniti.

Alcuni video sono delle vere e proprie opere d’arte. Tanti, quasi tutti, hanno fatto generoso uso dell’Intelligenza Artificiale generativa, ma questo ormai è un segno dei tempi, che si era visto abbondantemente anche nei post social delle squadre di club nell’ultimo campionato. Abbiamo imparato a riconoscere l’IA dietro l’uso di certi format codificati (ad esempio, la camera che ruota mostrando di volta in volta diversi personaggi apparentemente tutti presenti nello stesso ambiente), dietro certi facili cambi di location senza che cambi la figura in primo piano, dietro la personalizzazioni di scritte e insegne, e da tanti altri indizi. C’è da dire che stavolta l’Intelligenza Artificiale – laddove vi si è fatto ricorso - è stata usata davvero bene, finalizzandola alla costruzione di una narrativa spettacolare e coinvolgente al tempo stesso. 

Passiamo in rassegna alcuni dei video più belli, provando a metterli anche in ordine. Iniziamo dai più semplici per finire con quelli che ci sono sembrati in vetta a un’ipotetica hit parade.


Australia

Partiamo con i Socceroos, la nazionale australiana. Il video è in 9:16, pensato quindi per una fruizione tipicamente mobile. Nessun film epico o cinematografico, in questo caso. Abbiamo un ritratto di ogni componente della squadra attraverso gli occhi dei compagni. Ogni convocato viene presentato da un altro giocatore, che ne racconta in poche parole una qualità o un tratto caratteriale. Una sorta di team branding, non nation branding, decisamente originale.


Francia

La Francia ha presentato i convocati collocandoli in una sorta di sitcom ambientata in uno scenario americano. Questa presentazione gioca in modo ironico sul fatto che la Francia si abitui e si adegui anche a nuovi contesti. Del resto, questa nazionale non ha bisogno di costruire una leggenda attorno ai propri giocatori. Con una rosa piena di stelle e da favorita per il titolo, può permettersi di essere divertente. E allora sposta l'attenzione non sulla grandezza della squadra, ma sull'esperienza che la attende.


Colombia

La Colombia ha puntato su una narrazione più classica da video “di sport”. Montaggio emozionale, primi piani, immagini di allenamento e di partita, musica crescente e payoff finale.

Il tema dell’”orgoglio colombiano” va a rafforzare il legame emotivo tra squadra e tifosi.


Brasile e Stati Uniti

Brasile e Stati Uniti hanno puntato maggiormente su eventi mediatici e fisici in cui dare risalto all’annuncio dei convocati. I 26 degli USA si possono vedere qui. I numeri di maglia dei nazionali brasiliani sono stati presentati in questo simpatico cartoon. Singolare il fatto che – nel caso del Brasile – abbia avuto tanto successo un video “non ufficiale”, nel classico format da Intelligenza Artificiale. Eccolo di seguito.


Canada

Il video del Canada è apparentemente molto semplice: la CN Tower di Toronto come simbolo iconografico del paese e poi la presentazione dei calciatori uno ad uno, con grafica, foto e mini-video. È stato però preceduto da un vero e proprio show, un programma ad hoc sulla tv nazionale dedicato all’occasione.


Germania

La Germania affida alle parole del coach Julian Nagelsmann la presentazione dei calciatori, che poi però prosegue con i messaggi di incoraggiamento dei loro cari, mentre le immagini alternano foto dei convocati da giovanissimi con video del presente.

Non importa quanto tu sia famoso: quando arriva quella chiamata, torni a essere semplicemente un ragazzo che realizza un sogno.


Argentina

L’Argentina campione in carica ha inizialmente pubblicato un video molto promettente come teaser. Al teaser è seguito questo video-sequel. E, ancora, il video che celebra la partenza per gli USA. Mentre questa prima operazione è sembrata sostanzialmente user-generated, il video ufficiale di annuncio dei convocati è stato in realtà in tono un po’ minore rispetto alle altre nazionali.

Nel complesso di questo lancio, possiamo dire che l'Argentina ha trasformato la convocazione in un pellegrinaggio identitario. Attraverso la figura di Marito, storico custode della Selección, e le note di Tierra Zanta di Trueno, il video attraversa simboli, luoghi e persone che compongono il mito albiceleste. È il racconto di una nazione calcistica che – già sul tetto del mondo 4 anni fa – non ha bisogno di stupire ma vuole difendere una leggenda già scritta.


Panama

Panama presenta i calciatori attraverso scene girate nelle strade del paese, mentre il commissario tecnico Thomas Christiansen scrive i nomi sulla sua lavagna.


Uzbekistan

Approccio simile a Panama è quello dell’Uzbekistan, che ha realizzato un video dove anche lo sponsor gioca un ruolo significativo.


Ecuador

L’Ecuador, con “We’re Serious”, porta i nazionali convocati nelle strade d’America attraverso le maglie indossate da comuni ecuadoregni. Il tema dello “sbarco” negli USA è fatto proprio anche da altre nazionali, come vedremo, ma qui assume anche il ruolo di coinvolgimento e gratificazione della community dei nazionali che vivono e lavorano negli Stati Uniti. Un tema molto attuale date le recenti strette sull’emigrazione in quel paese.


Paraguay

Il Paraguay ha costruito un parallelismo con la forza e la perseveranza necessaria per produrre un poncho da 60 strisce.
Una bella metafora per mettere insieme calcio e identità popolare del paese.


Nuova Zelanda

La Nuova Zelanda ha adottato un tono più leggero e autoironico, molto diverso dalle produzioni europee iper-epiche. Si gioca sull’identità locale, sui piccoli centri, sui tifosi comuni e su un’estetica quasi indie.

Una nota “speciale” per la musica. La band si chiama Elemeno P e il brano Verona. Il titolo rimanda al Verona Cafe di Auckland, locale storico della scena musicale e alternativa neozelandese. Il testo è una fotografia della gioventù neozelandese dei primi anni 2000. Racconta il Paese attraverso la sua cultura pop, evocando pub, comunità, provincia, amicizie, quotidianità.


Curaçao

Curaçao ha realizzato un video gioioso e musicale. I nomi dei convocati vengono annunciati attraverso una canzone originale in papiamento, la lingua creola dell'isola, trasformando la lista dei 26 in un vero e proprio brano musicale. Il vero protagonista è la cultura di Curaçao: la musica, la lingua, i colori, il ritmo caraibico. Dal punto di vista narrativo, il video punta sul dire "guardate chi siamo". E questo è particolarmente efficace perché Curaçao è la nazione più piccola mai qualificata a un Mondiale, con circa 150.000 abitanti.


Senegal

La federazione senegalese ha scelto una narrazione completamente cinematografica, che si direbbe fortemente basata sull'Intelligenza Artificiale. Una sorta di racconto mitologico africano, con guerrieri, leoni, paesaggi selvaggi, messaggeri e simboli ancestrali, accompagna la rivelazione dei convocati.

Un video lodato per l'impatto visivo e la forza simbolica, ma criticato per l'uso dell'AI e il ricorso a qualche immagine stereotipata dell'Africa.


Paesi Bassi

I Paesi Bassi rinunciano all'epica e scelgono l'identificazione. Attraverso un montaggio che mette continuamente in parallelo tifosi e calciatori, il video racconta la nazionale come espressione della comunità che la sostiene. Nessuna celebrity, nessun artificio tecnologico: solo la passione condivisa per il calcio e l'idea che, in fondo, tra chi scende in campo e chi canta sugli spalti esista un unico grande racconto collettivo.


Uruguay

L'Uruguay ha puntato sul racconto di sé stesso come comunità. I 26 convocati sono il riflesso di un intero popolo di appena tre milioni e mezzo di abitanti: "Vamos que somos tres millones".

I nomi dei giocatori emergono lungo strade, campagne, spiagge e piccoli centri dell'interno del Paese, mentre scorrono volti noti della cultura e dello spettacolo uruguaiano. Con la colonna sonora Cielo de un solo color, una sorta di inno della Celeste. Il tecnico Marcelo Bielsa compare in bicicletta in diverse scene, attraversa il Paese insieme ai suoi giocatori.

In questo caso, non si è puntato su Intelligenza Artificiale e spettacolarizzazione produttiva. Si celebra il legame tra la nazionale e il suo territorio, in modo genuino e caloroso.


Messico

Il Messico, un altro dei paesi ospitanti, ha puntato su una gloria nazionale, l’attore, regista, produttore e presentatore Roberto Gómez Bolaños, la cui voce è stata ricreata – con il consenso della famiglia – per presentare i 26 convocati.

Come per altre nazionali sudamericane, è forte qui il richiamo all’identità nazionale e all’identificazione tra i calciatori e i cittadini del paese.


Spagna

La Spagna fa nation branding: a prima vista, sembra un semplice video con un testimonial d’eccezione, il re. In realtà, il vero protagonista è il popolo spagnolo.

I nomi dei giocatori vengono annunciati da persone comuni — pescatori, insegnanti, panettieri, tassisti, studenti, magistrati, cuochi, ricercatori, anziani e bambini — che rappresentano la varietà sociale e geografica del Paese. Felipe VI interviene come garante istituzionale di questa idea e pronuncia la frase chiave del film: "Questa è la lista di un intero Paese. Questa è la lista della Spagna". La monarchia viene utilizzata come simbolo di unità nazionale più che come elemento celebrativo. Il video è quasi documentaristico. Niente effetti speciali, AI, celebrity (re a parte). La regia alterna scene di vita quotidiana e professioni diverse, costruendo una rappresentazione della Spagna contemporanea.


Norvegia

La Norvegia trasforma la convocazione in un discorso alla nazione. Con la voce di re Harald V e immagini che attraversano fiordi, villaggi e comunità locali, il video racconta il ritorno ai Mondiali dopo 28 anni come una conquista collettiva. I convocati non sono presentati come star, ma come figli di un Paese che finalmente torna a occupare il proprio posto sulla scena internazionale.

Si è scelto di celebrare un ritorno. E di farlo con una solennità che solo un re novantenne può dare.


Scozia

“Our Scotland. You’re an easy country to love” sono le parole con cui Ewan McGregor apre il video “2026 FIFA World Cup Scotland Squad Announcement”. Qui si punta tutto sul sentimento, sull’emozione e sull’identificazione del pubblico sia con l’attore sia con i luoghi e i simboli mostrati. McGregor non legge semplicemente i convocati ma recita una vera e propria dichiarazione d'amore alla Scozia. Il testo parla del vento, della pioggia, delle colline, dei paesaggi e della gente comune, trasformando il Paese in un personaggio del racconto.

La chiave narrativa è il ritorno. Dopo 28 anni di assenza dai Mondiali, la nazionale viene presentata come la voce di un popolo che finalmente torna a farsi sentire.

I convocati compaiono solo alla fine: prima vengono il paesaggio, la memoria e il sentimento di un Paese che ritorna con tanto orgoglio sulla scena mondiale.


Inghilterra

Questo è probabilmente il video più sofisticato dell'intera rassegna. Le guest star sono certamente i Beatles e già valgono una menzione speciale. Poi però c’è la rappresentazione dell'incontro tra due miti culturali britannici e americani. Il Mondiale si gioca in Nord America e la federazione inglese costruisce tutto il film attorno all'idea della "British Invasion", quando negli anni Sessanta i Beatles conquistarono gli Stati Uniti. Per questo il video è girato a New York e disseminato di riferimenti alla cultura americana. Lo spettatore è costretto a cercarli, trasformando la visione in un'esperienza partecipativa.

Tanto utilizzo di Intelligenza Artificiale, ma in modo intelligente e funzionale allo storytelling, in particolare nel personalizzare insegne ed altri elementi trasformandoli nei nomi dei calciatori inglesi convocati. Tutto da godere.


E noi?

Siamo sicuri che anche l’Italia, se fosse stata tra le nazionali presenti, avrebbe fatto la sua figura. Quale paese, più del nostro, può mostrare luoghi, paesaggi, bellezze archeologiche e architetture mozzafiato? Certamente, il nostro video avrebbe saputo valorizzare queste ricchezze.

Purtroppo per noi, possiamo goderci solo una piccola polemica per qualche piccolo post di annuncio di una piccolissima amichevole contro Lussemburgo; e sorbirci qualche meritato sfottò, da utenti e anche da brand.

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La semplicità non esiste senza complessità

La semplicità rassicura, promette chiarezza, ordine, immediatezza. Nel branding e nel design visivo viene spesso percepita come una qualità assoluta: qualcosa a cui tendere, da ottenere togliendo, riducendo, ripulendo.

Eppure la semplicità non è una riduzione automatica, non è un gesto di sottrazione fine a sé stesso, non è mai il risultato di un impoverimento.

Nel design visivo e nel branding, essere semplici non significa ridurre tutto all’essenziale, ma dare forma comprensibile a ciò che essenziale non è.

Illustrazioni tratte dal libro Le leggi della semplicità, di John Maeda (Bruno Mondadori)

Capita molto di frequente che ad un designer venga rivolta questa richiesta: “Vorrei qualcosa di semplice”.

È una richiesta comprensibile, quasi inevitabile.

La semplicità rassicura, promette chiarezza, ordine, immediatezza.

Nel branding e nel design visivo viene spesso percepita come una qualità assoluta: qualcosa a cui tendere, da ottenere togliendo, riducendo, ripulendo.

Eppure, proprio qui nasce il primo equivoco.

Perché la semplicità, nel progetto, non coincide quasi mai con ciò che appare semplicemente “pulito”. Non è una riduzione automatica, non è un gesto di sottrazione fine a sé stesso, non è il risultato di un impoverimento.

La semplicità è, semmai, una forma di decisione. Una forma di intelligenza.

John Maeda, ne “Le leggi della semplicità”, non la descrive come una fuga dalla complessità, ma come un modo per governarla. Il suo libro propone dieci leggi per bilanciare semplicità e complessità in design, business e tecnologia, fino alla formula che forse riassume meglio di tutte il problema: togliere l’ovvio, aggiungere il significativo

Lo si vede molto bene anche nell’identità della città di Porto, progettata da White Studio/Eduardo Aires, traduce la complessità urbana in un sistema di segni semplice, modulare e riconoscibile.

Il progetto era per la Câmara Municipal do Porto e comprendeva il celebre logotipo “Porto.” più il sistema di icone geometriche ispirate agli azulejos e alla cultura visiva della città. La complessità urbana non viene compressa in un unico simbolo, né semplificata fino a diventare generica. Viene tradotta in una grammatica visiva ordinata, riconoscibile, componibile. Il risultato appare semplice perché il sistema è chiaro, non perché la città sia stata ridotta a un segno povero.

Un brand, del resto, non è mai semplice in sé.

Non lo è perché non è mai fatto di un solo elemento. Anche quando appare essenziale, contiene sempre una pluralità di livelli: una storia, un tono, un sistema di valori, un posizionamento, una gerarchia di messaggi, una serie di contesti in cui deve vivere.

Un’identità visiva deve tenere insieme segni, parole, immagini, spazi, supporti, applicazioni, tempi di lettura e aspettative diverse.

Pensare che la semplicità consista nel cancellare tutto questo significa fraintendere la natura stessa del progetto.

La complessità, allora, non è un errore. È la condizione di partenza.

Il compito del design visivo non è quello di negarla, ma di darle forma. Organizzarla. Filtrarla. Stabilire priorità. Ridurre il rumore senza ridurre il senso. Ogni identità visiva efficace lavora precisamente su questo equilibrio: non fa sparire il molto, lo rende orientabile. Non nega la densità di un brand, ma costruisce una struttura che permetta di attraversarla senza sforzo inutile.

In questo senso la semplicità non coincide con il poco. Coincide con il comprensibile.

Un’identità è semplice quando si lascia leggere con naturalezza. Quando guida lo sguardo senza imporsi. Quando chiarisce ciò che conta e lascia sullo sfondo ciò che può restare secondario. Quando ogni elemento sembra occupare il posto giusto, con il giusto peso, nel giusto rapporto con gli altri. Non è l’assenza di complessità a produrre questa sensazione, ma la qualità delle relazioni che il progetto costruisce.

È il caso dell’identità del Whitney Museum, progettata da Experimental Jetset. Il cosiddetto “responsive W” è un segno minimo, quasi una linea spezzata, ma la sua forza sta nella capacità di adattarsi a formati, immagini, manifesti, pubblicazioni e ambienti diversi. Non funziona come un marchio chiuso e monumentale, ma come una struttura elastica. La semplicità non è qui una forma statica, ma una regola di comportamento: un modo per dare coerenza a contenuti sempre diversi senza appiattirli.

Per questo la semplicità non è mai soltanto una questione di stile.

Non basta scegliere un font sobrio, una palette ridotta o un layout ordinato per produrla davvero.

Ciò che percepiamo come semplice è spesso il risultato di un grande lavoro invisibile: gerarchie ben calibrate, proporzioni corrette, ripetizioni controllate, contrasti misurati. È un equilibrio che si avverte prima ancora di essere analizzato.

L’identità del MoMA progettata da Paula Scher per Pentagram, in particolare lavora precisamente su questo piano. Più che sull’invenzione di un segno spettacolare, il sistema costruisce una riconoscibilità attraverso scelte tipografiche, impaginazione, rapporto tra immagini e testo, gerarchie editoriali e ritmo visivo. È una semplicità meno appariscente, ma molto sofisticata: non cerca l’effetto immediato, cerca l’ordine.

E in un’istituzione che produce, conserva e comunica una quantità enorme di contenuti, l’ordine diventa una forma di identità.

Maeda insiste anche su un altro aspetto fondamentale: semplicità e complessità hanno bisogno l’una dell’altra.

Non esiste l’una senza il confronto con l’altra. 

Nel branding questo significa che un’identità visiva non diventa forte quando azzera tutto, ma quando capisce cosa deve emergere e cosa può arretrare. Cosa va detto subito e cosa può rimanere implicito. Cosa è essenziale alla comprensione e cosa, invece, appartiene a quel margine di profondità che rende un brand interessante, riconoscibile, vivo.

È qui che la semplicità smette di essere banalità e diventa precisione.

Perché semplificare non vuol dire rendere tutto neutro. Non vuol dire cancellare il carattere. Non vuol dire portare ogni identità verso la stessa lingua visiva, fatta di superfici vuote e segni senza attrito.

Al contrario: un’identità visiva ben progettata può essere semplice e insieme densa, autorevole, perfino complessa.

Può avere personalità senza essere rumorosa. Può essere riconoscibile senza essere ridondante. Può esprimere molto senza mostrare troppo.

L’identità di Casa da Música, progettata da Sagmeister, è utile proprio per chiarire questo punto. Il marchio deriva dalla forma architettonica dell’edificio di Rem Koolhaas: un volume irregolare, riconoscibile, trasformato in un sistema visivo capace di generare variazioni cromatiche e applicazioni differenti.

È una soluzione semplice nel principio, ma non neutra nel risultato.

Non cerca una forma generica di eleganza minimale; estrae l’identità dal carattere specifico del luogo.

La semplicità, qui, non cancella la personalità: la concentra.

La vera sfida è tutta qui: fare in modo che la complessità non si trasformi in confusione.

La semplicità, infatti è una postura nei confronti di chi osserva. Significa non sovraccaricare, non distrarre inutilmente, non moltiplicare i segnali quando non serve.

Significa scegliere con cura ciò che merita di rimanere visibile.

Per questo, forse, la richiesta “vorrei qualcosa di semplice” andrebbe ascoltata con più sospetto e più attenzione.

Perché spesso, dietro quella frase, c’è il desiderio di un progetto che sia non più vuoto, bensì più chiaro. Più solido. Più giusto. Più capace di restituire ordine a qualcosa che ordine, in partenza, non ha.

La semplicità è la forma più leggibile della complessità senza rinunciare ad essa.

Ed è proprio per questo che, nel design visivo e nel branding, rimane una delle cose più difficili da progettare.

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Un nome che racconta una filosofia

Ogni marca nasce da una visione. Authentica nasce da una convinzione: che la comunicazione d’impresa debba tornare a essere un esercizio di verità, chiarezza e coerenza.

Dentro l’identità di Authentica: strategia, valori e immagine di un brand costruito sulla verità.

Ogni marca nasce da una visione. Authentica nasce da una convinzione: che la comunicazione d’impresa debba tornare a essere un esercizio di verità, chiarezza e coerenza.

Dietro al nome, al segno e alle scelte visive di Authentica c’è un progetto strategico che unisce competenza, metodo e sensibilità estetica. Una riflessione su come si possa costruire un’identità che esprima — anche graficamente — ciò che significa comunicare in modo autentico.

Un nome che racconta una filosofia

Il nome authentica nasce dall’incontro tra latino e inglese, tra tradizione e contemporaneità.
Una parola semplice, quasi universale, che nel contesto della comunicazione corporate diventa un unicum: una dichiarazione d’intenti più che un marchio.
È autentica la verità non mascherata, è autentica una comunicazione originale e integra. È autentica una modalità di lavoro che privilegia l’essenza rispetto alla superficie, la sostanza rispetto all’apparenza.

Radici solide, visione contemporanea

La brand strategy definisce un posizionamento preciso: essere un partner capace di colmare il divario tra PR, advertising e brand design, portando nella comunicazione d’impresa un approccio integrato, etico e innovativo.
Authentica si fonda su valori non negoziabili — autenticità, innovazione, efficienza, etica e responsabilità — e su una convinzione semplice: la comunicazione efficace è quella che nasce dall’ascolto e dalla comprensione reale delle persone e delle organizzazioni.

L’identità visiva: equilibrio tra energia e chiarezza

L’immagine di Authentica riflette questa visione.
Il colore arancio — ispirato al modernismo di Massimo Vignelli — rappresenta energia e razionalità. Le linee essenziali, la tipografia rigorosa e le forme geometriche evocano equilibrio, trasparenza e struttura.
Non ci sono elementi araldici o decorativi, che avrebbero richiamato un altro tipo di autenticità, quella legale / notarile. L’identità visiva è funzionale, moderna, calda.
Ogni dettaglio — dal logotipo al monogramma, dalle applicazioni grafiche alle texture astratte — mira a trasmettere un senso di chiarezza elegante: dire l’essenziale, con cura.

Un’estetica coerente con un’etica

La progettazione del brand Authentica è il risultato di un percorso che ha intrecciato strategia, semantica e design, con l’obiettivo di creare un sistema coerente e riconoscibile, ma soprattutto credibile.
Dietro ogni scelta — dal naming alla palette cromatica, dai riferimenti visivi alle parole chiave — c’è la volontà di rendere visibile una cultura del lavoro fondata su verità, consapevolezza e responsabilità.

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