E se fosse LinkedIn il primo social a cadere vittima dell'Intelligenza Artificiale?
L’esplosione di contenuti rischia di trasformare il social professionale più importante del mondo in una caricatura di sé stesso. Ma qualche antidoto esiste.
Per anni LinkedIn è stato il luogo dei CV digitali, degli annunci di lavoro, dei comunicati aziendali, a volte accompagnati dal post personale di un CEO o di un Top Manager. Un’infrastruttura professionale, utile a connettere persone operative nello stesso ambito, nella stessa industry o in settori tra loro vicini.
Se confrontato con gli altri social network, LinkedIn era anche uno spazio relativamente selettivo. Si pubblicava poco. Si pubblicava quando c’era qualcosa da dire: un nuovo ruolo, un progetto importante, un risultato aziendale significativo. Oppure una riflessione professionale davvero utile per la propria rete.
La storia di LinkedIn abbraccia già oltre 15 anni di internet e riguarda ormai oltre un miliardo di iscritti nel mondo. La milestone più significativa di questa storia è sicuramente l’acquisizione da parte di Microsoft, avvenuta nel 2016. All’interno della comunità tech circola da decenni un vecchio adagio: quando un prodotto digitale viene acquisito da Microsoft, raramente finisce bene. Si può dire che LinkedIn sia un’eccezione, finora. Oggi, la piattaforma è più grande, più influente e più centrale di prima.
Eppure qualcosa è cambiato.
I nuovi contenuti. Moltissimi e più leggeri
Il cambiamento più evidente è la quantità.
Su LinkedIn oggi c’è molto più contenuto rispetto al passato: post iper-frequenti, sfide personali di pubblicazione (“un post al giorno per 365 giorni”), thread lunghi e strutturati come mini articoli, storytelling personali sempre più elaborati.
L’evoluzione è stata accompagnata dallo sbarco su LinkedIn della Gen Z. Qualcuno ha parlato di “tiktokizzazione di LinkedIn”. Oggi ci si registra e si inizia a pubblicare quando si è ancora studenti, spesso prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. I nuovi post hanno hook iniziali forti, storytelling in prima persona, ritmo narrativo, vulnerabilità esibita, contenuti brevi e performativi. Dinamiche tipiche di TikTok e Instagram entrate all’improvviso dentro una piattaforma che era business, e oggi non è più solo business.
LinkedIn non è diventato di colpo un social “leggero”, con tanti TikTok personali in forma testuale, ma sicuramente è diventato ibrido.
Accanto ai contenuti tecnici oggi convivono:
confessioni professionali,
dichiarazioni motivazionali,
racconti di fallimenti,
prese di posizione,
storytelling identitari.
L’altro fronte è l’impatto evidente dell’Intelligenza Artificiale.
L’IA ha abbassato drasticamente la soglia di produzione. Scrivere un post richiede pochi minuti. Basta inserire qualche bullet point in uno strumento generativo e il contenuto è pronto.
Il problema è che questi contenuti iniziano a somigliarsi tutti.
Stessa struttura narrativa.
Stesso ritmo.
Stessa punteggiatura sincopata.
Molti iniziano con una storia personale.
“Stamattina in aeroporto ho visto una scena che mi ha fatto riflettere…”
E si articolano quasi sempre in uno svelamento a sorpresa:
“Pensavo che il problema fosse questo.
Non lo era.
Era quell’altro.”
Per poi concludersi con la morale finale: una lezione su leadership, recruiting, crescita professionale o cultura aziendale.
E a volte una call-to-action, per stimolare dibattito e interazione:
“A voi cosa è capitato di simile? Scrivetelo nei commenti.”
Il risultato è una produzione industriale di storytelling per ispirare o motivare, comunque esibirsi, dove ogni contenuto è uguale all’altro.
Le reazioni
La trasformazione dei post non significa che LinkedIn sia di colpo diventato irrilevante.
Quando capita che il linguaggio di una piattaforma inizia a diventare formula, inevitabili arrivano le reazioni. Subito, scatta la parodia.
Oggi esiste un partecipatissimo subreddit dedicato a raccogliere i casi più surreali raccontati in Italia in forma di post LinkedIn. Si chiama LinkedInCringeIT, su Reddit. E ne esistono versioni anche di altri paesi e in altre lingue, naturalmente.
Il subreddit LinkedInCringeIT è pieno di esempi di storytelling improbabili, lezioni di leadership ricavate da episodi aeroportuali, epifanie manageriali nate davanti alla macchinetta del caffè.
La prima reazione, dunque, è il sarcasmo.
La seconda rischia di essere dietro l’angolo: smettere di prestare attenzione a questi contenuti in eccesso. Per non dire di chi è arrivato ad abbandonare il social network, pur di non imbattersi più in tale valanga di “AI slop”.
E queste reazioni possono rappresentare un grosso problema per un social network professionale, per uno spazio dove aziende e persone costruiscono reputazione e credibilità.
LinkedIn senza AI, nell’interpretazione ironica di un utente
Del resto, il dubbio che LinkedIn stia diventando meno efficace di un tempo, anche per cercare lavoro, sta affiorando in diverse fasce di utenti. Se anche questa funzione venisse messa in crisi (è quello che ha paventato - in realtà fornendo alcuni antidoti - un provocatorio articolo de Il Post “LinkedIn serve a qualcosa?” ), il futuro di questo social network potrebbe essere veramente a rischio.
Cosa, o chi, può salvare LinkedIn
Oggi, LinkedIn continua a essere uno degli spazi migliori per costruire conversazioni professionali, visibilità e relazioni.
E proprio in questo contesto stanno emergendo figure sempre più rilevanti: i creator professionali. Se la “deriva” è verso un social networking più leggero e più su misura della Gen Z, non è una sorpresa se pure LinkedIn sta diventando un luogo per influencer e professionisti del contenuto. Che non scrivono post in serie con l’Intelligenza Artificiale. Utilizzano LinkedIn con un linguaggio riconoscibile, un proprio stile, contenuti verticali e una community attiva. Sfruttano i nuovi strumenti introdotti negli ultimi anni: una piattaforma di publishing integrata, l’opzione di distribuire il contenuto in forma di newsletter.
L’evoluzione è stata ben analizzata da Lia Haberman, che ha dedicato un approfondimento al ruolo crescente dei creator nella piattaforma e al modo in cui LinkedIn sta progressivamente adottando logiche tipiche della creator economy.
(Approfondimento: 7 Things to Know about LinkedIn in 2026).
L’influenza, dunque, non è più prerogativa esclusiva di CEO o top manager, secondo un’evoluzione che adesso anche LinkedIn ha formalizzato con i suoi programmi dedicati a chi crea contenuti.
Oggi, per gli influencer su LinkedIn, possiamo distinguere almeno tre categorie:
1. Top Voices istituzionali
Executive, imprenditori, giornalisti, leader di pensiero con un posizionamento chiaro e una community consolidata.
2. Creator verticali indipendenti
Esperti di HR, marketing, finanza, tech, sostenibilità. Profili che costruiscono autorevolezza attraverso contenuti ricorrenti, formati riconoscibili, conversazioni attive nei commenti.
3. Employee-creator
Professionisti “normali” che, raccontando il proprio lavoro e la propria azienda, diventano di fatto ambassador con un seguito significativo.
Creator internazionali
Negli Stati Uniti, figure come Gary Vaynerchuk utilizzano LinkedIn come estensione del proprio ecosistema media, mescolando marketing, leadership e contenuti motivazionali in una logica cross-platform.
Allo stesso modo Mel Robbins porta sulla piattaforma contenuti legati a produttività, benessere e crescita personale, dimostrando che l’area “professionale” può includere dimensioni emotive e identitarie.
Interessante anche il caso di Natalie Marshall (Corporate Natalie), che nasce su TikTok e Instagram e porta su LinkedIn un linguaggio generazionale, ironico e metanarrativo sul mondo corporate. È un esempio evidente di contaminazione tra creator economy e ambiente professionale.
Creator italiani
Anche in Italia il fenomeno è visibile.
Giorgia Fumo, riconosciuta tra le Top Voices italiane, utilizza la comicità per leggere e interpretare dinamiche aziendali e professionali. La sua presenza in eventi corporate dimostra come il confine tra creator, intrattenimento e comunicazione d’impresa sia sempre più poroso.
Gabriella Greison porta su LinkedIn divulgazione scientifica e cultura, dimostrando che autorevolezza e storytelling possono convivere anche in un ambiente business.
Profili come Silvia Rovere mostrano invece come un executive possa utilizzare la piattaforma non solo per comunicazione istituzionale, ma per alimentare una conversazione più ampia su leadership e trasformazione.
Un post di Giorgia Fumo
Perché coinvolgere i Creator
In uno scenario in cui le pagine aziendali competono in un feed dominato da persone, e i contenuti sono sempre di più, collaborare con Creator e Top Voices può diventare, per molte aziende, un’alternativa — o un’integrazione — alla produzione esclusivamente interna.
Le ragioni sono in buona parte le stesse già valide su Instagram e TikTok:
1. Credibilità trasferita
Un Creator ha una relazione attiva con la propria community. Non solo visibilità, ma fiducia.
2. Distribuzione organica
L’algoritmo tende a premiare i profili personali rispetto alle pagine corporate. La conversazione si sviluppa nei commenti.
3. Linguaggio nativo
I Creator conoscono tempi, formati e dinamiche della piattaforma. Sanno costruire attenzione e generare dialogo.
Come coinvolgere i Creator
Le forme di coinvolgimento possono essere diverse e molteplici. Ideale sarebbe sempre un coinvolgimento “reale” che vada molto al di là di un post di pubblicità o di endorsement. Qualche idea? Reclutare il Creator come moderatore in una tavola rotonda aziendale. O intervistatore in un format di corporate podcast. Invitarlo a vivere e a raccontare l’esperienza di un new joiner in azienda. Fargli testare in anteprima una novità prima che questa venga lanciata sul mercato. Trasformarlo in testimonial di un programma di Corporate Social Responsibility.
Gli unici limiti sono: la fantasia; e naturalmente la coerenza tra la personalità del brand, la personalità del Creator e i temi da comunicare.
Kit di sopravvivenza LinkedIn
In un ambiente saturo di contenuti, la regola d’oro dovrebbe diventare:
Meno contenuti.
Più qualità.
Post solo quando c’è qualcosa di significativo da raccontare.
Notizie selezionate con cura.
Contenuti che portino davvero valore alla community.
Il focus sulla qualità è tornato anche in un recente blog post in cui proprio lo staff di LinkedIn ha fornito alcune indicazioni-chiave, in questo caso per far sì che il contenuto incontri il favore delle risposte fornite dall’Intelligenza Artificiale.
Un’altra linea guida fondamentale per una strategia LinkedIn efficace è: spazio alle persone. Che siano creator professionali o Top Voices da coinvolgere in collaborazioni strutturate – non dimenticando di valorizzare sia la Corporate Reputation sia l’Employer Brand -, un alleato dell’azienda con un nome e cognome e una reputazione già forte è un alleato fondamentale.
Ma la prima cosa da chiedersi è: e se il mio LinkedIn influencer lo avessi già in azienda?
Tornare all’autenticità delle persone e delle loro competenze
Le aziende hanno spesso una risorsa potentissima su LinkedIn: le persone che lavorano al loro interno. Professionisti competenti. Talenti con storie reali. Esperienze autentiche.
Valorizzare queste voci — senza forzarle dentro format preconfezionati — può essere molto più efficace che produrre flussi continui di contenuti corporate. Con una doppia efficacia: in chiave di comunicazione esterna e in chiave di comunicazione interna. Dimostrando attenzione alle persone, valorizzazione di competenze e soft skills dei singoli collaboratori.
Alcune aziende promuovono già adesso il racconto autentico da parte delle proprie persone, premiandole nell’ambito di “ambassador program” e incentivando i loro post come attività di “employee advocacy”. È importante gratificare. Sarebbe sbagliato forzare.
In un feed sempre più pieno di post perfettamente ottimizzati dall’IA, potrebbe essere ancora l’autenticità a fare la differenza.