LinkedIn tenta la svolta: meno Intelligenza Artificiale, più qualità e conversazioni
Nel marzo 2026, avevamo scritto di come LinkedIn stesse vivendo una profonda crisi dovuta all’overdose di contenuti e all’omologazione dei post, anche in virtù del largo utilizzo dell’Intelligenza Artificiale generativa per la redazione dei post.
Qualche mese dopo, possiamo dirlo: LinkedIn ha preso il problema molto sul serio. E sta reagendo.
Come il più famoso dei social network professionali sta annunciando la sua era post-AI.
Nel marzo 2026, avevamo scritto di come LinkedIn stesse vivendo una profonda crisi dovuta all’overdose di contenuti e all’omologazione dei post. Il largo utilizzo dell’Intelligenza Artificiale generativa per la redazione dei post personali e aziendali stava innestando una crisi di rigetto nei confronti di testi sempre più simili tra loro, l’abbandono da parte di alcuni utenti “storici”, il venir meno dell’essenza professionale (e di ricerca lavoro) e l’esplosione delle parodie, che denunciavano la deriva cringe del social network.
Qualche mese dopo, possiamo dirlo: LinkedIn ha preso il problema molto sul serio. E sta reagendo.
Oggi LinkedIn guida i suoi utenti a creare valore
Una chiave per capire quali sono le nuove linee guida per gli utenti si può avere dalle guide Create Possibilities, parte della Showcase Page LinkedIn Guide to Creating.
Le raccomandazioni, sintetizzando le ultime puntate pubblicate, sono:
racconta la tua esperienza
partecipa alle conversazioni
condividi ciò che impari
non avere paura di esporti
Non c’è un ritorno al "pubblica poco". C’è invece l’invito a pubblicare – senza timore – ogni volta che si ha qualcosa di sensato e valido da dire, per stimolare un pensiero o far nascere una conversazione.
I contenuti tipici delle nuove generazioni, molto aperti e spesso pubblicati con una buona dose di faccia tosta, vanno benissimo. Ma è decisamente meglio se portano vero valore, accendono lampadine, toccano nervi scoperti, coinvolgono altri utenti che sono interessanti a leggere o a dire la propria opinione.
L’Intelligenza Artificiale cambia mestiere
LinkedIn, come molti altri, aveva apertamente promosso negli ultimi tempi l’utilizzo di proprie funzionalità basate sull’Intelligenza Artificiale generativa. Per migliorare il CV, la bio ma anche semplicemente per scrivere un post.
Tutti i frequentatori abituali di LinkedIn hanno potuto vedere negli scorsi mesi l'AI Writing Assistant (quello che prometteva di migliorare significativamente i testi scritti "Enhance your post").
Su questo c’è una marcia indietro evidente e senz’altro importante: non più un invito a scrivere con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale. Anzi, un nuovo pulsante - “seems AI slop” - introdotto alla fine di luglio 2026, a disposizione degli utenti che vogliono denunciare l’utilizzo dell’AI!
Cliccando questo pulsante, in un menu attivabile a partire dai 3 punti di fianco a ciascun post, gli utenti possono segnalare i contenuti che ritengono di scarsa qualità e valore proprio in quanto generati dall’Intelligenza Artificiale.
Il Chief Product Officer Hari Srinivasan ha comunicato, dopo qualche settimana dal lancio, che già più di un milione di utenti aveva utilizzato la funzionalità di segnalazione.
L'Intelligenza Artificiale, nella nuova visione di LinkedIn, non deve più scrivere al posto degli utenti. Deve invece: correggere, individuare errori, migliorare la leggibilità. Senza cambiare in alcun modo la voce autentica di chi sta scrivendo un contenuto.
Hari Srinivasan lo sintetizzava così: "proofreads your words, but does not change your voice."
È l’ammissione di un malinteso. Il problema dell'AI su LinkedIn era il gigantesco effetto collaterale derivante dal suo uso (e abuso): la perdita della voce personale.
Le linee guida per gli utenti, in dettaglio: la nuova moneta è il punto di vista
Nelle più recenti guide Create Possibilities – come si diceva - la piattaforma continua a incoraggiare gli utenti a pubblicare, esporsi, raccontare la propria esperienza. Fin lì, è una fotografia di quello che stava accadendo. Adesso però tornano continuamente parole come voice, perspective, experience, value, trust, conversation.
Prendiamo ad esempio la puntata di agosto 2026. Qui si dice: il punto di vista serve ad aprire una conversazione.
"The best conversations rarely begin with someone having all the answers."
Bisogna condividere una prospettiva che spinga gli altri a pensare, rispondere o aggiungere la propria esperienza.
È importante "avere una voce", ma è fondamentale anche questa voce produca uno spazio per altre voci.
Altro esempio: nell'aprile 2026 LinkedIn collega direttamente punto di vista e fiducia, in una edizione della newsletter intitolata "Become a Voice Others Trust".
LinkedIn dice che la fiducia nasce quando le persone riconoscono una voce coerente e imparano a sapere come la pensi. Tra i consigli troviamo:
tornare su temi e idee che caratterizzano il proprio punto di vista;
spiegare il ragionamento dietro una posizione;
mantenere chiarezza anche nei temi complessi;
creare post che aiutino le persone a capire meglio qualcosa;
aggiungere contributi utili nelle conversazioni.
Se l'AI rende sempre più facile produrre una forma linguistica corretta, ciò che diventa scarso è la riconoscibilità di chi parla. Diventa allora fondamentale pubblicare contenuti coerenti tra loro, mostrarsi e dimostrarsi esperti di un tema, rafforzare concetti e opinioni argomentando e fornendo esempi, seguire una linea editoriale, definire e sviluppare un proprio stile.
Ultimo elemento: non basta avere un'opinione, bisogna portare valore. Già nella guida alla strategia 2025, si suggeriva di evitare il semplice share senza aggiungere personal insights e di rinunciare al contenuto promozionale se questo non offre anche spunti o notizie utili. Un conto è l'engagement bait (la “chiamata” all’interazione fine a sé stessa), un altro conto è la domanda che apre una conversazione significativa.
In una guida 2026 dedicata alla visibilità nell'AI search la formula è ancora più esplicita: "Don't just share information; offer unique insights". Definire concetti, affermare con forza e chiarezza – argomentando - e offrire il proprio expert point of view può essere la chiave per la massima visibilità.
LinkedIn torna a fare l’editore
Se volessimo riassumere l’evoluzione che LinkedIn sta vivendo in questi mesi potremmo dire che da una parte c’è l’invito agli utenti:
"Postate. Esprimetevi. Condividete la vostra esperienza."
Dall'altra, c’è il ritorno a un ruolo da curatore e editore:
"Non produciamo informazione indistinta. Selezioniamo, curiamo, organizziamo."
Per chiarire questo passaggio, possiamo esaminare il lavoro dei News Lead nei vari mercati (Vittoria Vimercati per l’Italia) e le nuove selezioni editoriali di LinkedIn News (qui la pagina mondiale, con i link alle pagine regionali; qui la pagina italiana, Linkedin Notizie). I News Lead selezionano notizie o temi e li presentano attraverso una raccolta di post.
La piattaforma sembra quindi muoversi contemporaneamente su due livelli:
dal basso. Più persone devono avere una voce;
dall'alto. Qualcuno deve aiutare a distinguere le voci che vale la pena ascoltare.
Interessante anche il modo in cui le nuove raccolte editoriali di LinkedIn News sono costruite. Anziché premiare un singolo post per il suo contenuto o per le sue interazioni, le News costruiscono un tema attraverso diverse voci (tanti post diversi), secondo una logica molto giornalistica e molto poco algoritmica. Nelle raccolte entrano post di personaggi famosi o semplici utenti. Il numero di interazioni, l’engagement, non è necessariamente un driver di selezione. Il ruolo dei News Lead come curator, utenti “esperti” che leggono, valutano e selezionano, assomiglia qui a quello dei deejay che costruiscono playlist tematiche.
Conclusioni
L'evoluzione di LinkedIn racconta qualcosa che va oltre LinkedIn. L'effetto immediato e più visibile dell’Intelligenza Artificiale sui social network è che la scrittura è diventata di colpo facile, abbordabile per tutti, abbondantissima (per non parlare della creazione di immagini e video, che meriterebbe trattazione a parte). Prima che una crisi di rigetto facesse del male alle piattaforme, queste hanno iniziato a correggere la rotta (certo, accompagnando un “movimento” che arriva in ogni caso dagli utenti). Il valore quindi si sposta verso ciò che non può essere automatizzato:
esperienza
reputazione
giudizio
capacità di selezione
capacità di connessione fra idee
credibilità
L'abbandono dell'AI writer, il passaggio alla sola revisione, le indicazioni della serie Create Possibilities, il contrasto all'"AI slop", il rafforzamento del ruolo dei News Lead e la nascita delle raccolte editoriali di LinkedIn News: letti insieme, delineano una strategia coerente, quella di spostare il valore dalla semplice produzione di contenuti alla qualità del contributo offerto alla comunità.
Una lezione per tutti gli utenti. E anche per le aziende e le loro company page.
E se fosse LinkedIn il primo social a cadere vittima dell'Intelligenza Artificiale?
All’interno della comunità tech circola da decenni un vecchio adagio: quando un prodotto digitale viene acquisito da Microsoft, raramente finisce bene. Si può dire che LinkedIn sia un’eccezione, finora. Oggi, la piattaforma è più grande, più influente e più centrale di prima. Eppure qualcosa è cambiato.
L’esplosione di contenuti rischia di trasformare il social professionale più importante del mondo in una caricatura di sé stesso. Ma qualche antidoto esiste.
Per anni LinkedIn è stato il luogo dei CV digitali, degli annunci di lavoro, dei comunicati aziendali, a volte accompagnati dal post personale di un CEO o di un Top Manager. Un’infrastruttura professionale, utile a connettere persone operative nello stesso ambito, nella stessa industry o in settori tra loro vicini.
Se confrontato con gli altri social network, LinkedIn era anche uno spazio relativamente selettivo. Si pubblicava poco. Si pubblicava quando c’era qualcosa da dire: un nuovo ruolo, un progetto importante, un risultato aziendale significativo. Oppure una riflessione professionale davvero utile per la propria rete.
La storia di LinkedIn abbraccia già oltre 15 anni di internet e riguarda ormai oltre un miliardo di iscritti nel mondo. La milestone più significativa di questa storia è sicuramente l’acquisizione da parte di Microsoft, avvenuta nel 2016. All’interno della comunità tech circola da decenni un vecchio adagio: quando un prodotto digitale viene acquisito da Microsoft, raramente finisce bene. Si può dire che LinkedIn sia un’eccezione, finora. Oggi, la piattaforma è più grande, più influente e più centrale di prima.
Eppure qualcosa è cambiato.
I nuovi contenuti. Moltissimi e più leggeri
Il cambiamento più evidente è la quantità.
Su LinkedIn oggi c’è molto più contenuto rispetto al passato: post iper-frequenti, sfide personali di pubblicazione (“un post al giorno per 365 giorni”), thread lunghi e strutturati come mini articoli, storytelling personali sempre più elaborati.
L’evoluzione è stata accompagnata dallo sbarco su LinkedIn della Gen Z. Qualcuno ha parlato di “tiktokizzazione di LinkedIn”. Oggi ci si registra e si inizia a pubblicare quando si è ancora studenti, spesso prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. I nuovi post hanno hook iniziali forti, storytelling in prima persona, ritmo narrativo, vulnerabilità esibita, contenuti brevi e performativi. Dinamiche tipiche di TikTok e Instagram entrate all’improvviso dentro una piattaforma che era business, e oggi non è più solo business.
LinkedIn non è diventato di colpo un social “leggero”, con tanti TikTok personali in forma testuale, ma sicuramente è diventato ibrido.
Accanto ai contenuti tecnici oggi convivono:
confessioni professionali,
dichiarazioni motivazionali,
racconti di fallimenti,
prese di posizione,
storytelling identitari.
L’altro fronte è l’impatto evidente dell’Intelligenza Artificiale.
L’IA ha abbassato drasticamente la soglia di produzione. Scrivere un post richiede pochi minuti. Basta inserire qualche bullet point in uno strumento generativo e il contenuto è pronto.
Il problema è che questi contenuti iniziano a somigliarsi tutti.
Stessa struttura narrativa.
Stesso ritmo.
Stessa punteggiatura sincopata.
Molti iniziano con una storia personale.
“Stamattina in aeroporto ho visto una scena che mi ha fatto riflettere…”
E si articolano quasi sempre in uno svelamento a sorpresa:
“Pensavo che il problema fosse questo.
Non lo era.
Era quell’altro.”
Per poi concludersi con la morale finale: una lezione su leadership, recruiting, crescita professionale o cultura aziendale.
E a volte una call-to-action, per stimolare dibattito e interazione:
“A voi cosa è capitato di simile? Scrivetelo nei commenti.”
Il risultato è una produzione industriale di storytelling per ispirare o motivare, comunque esibirsi, dove ogni contenuto è uguale all’altro.
Le reazioni
La trasformazione dei post non significa che LinkedIn sia di colpo diventato irrilevante.
Quando capita che il linguaggio di una piattaforma inizia a diventare formula, inevitabili arrivano le reazioni. Subito, scatta la parodia.
Oggi esiste un partecipatissimo subreddit dedicato a raccogliere i casi più surreali raccontati in Italia in forma di post LinkedIn. Si chiama LinkedInCringeIT, su Reddit. E ne esistono versioni anche di altri paesi e in altre lingue, naturalmente.
Il subreddit LinkedInCringeIT è pieno di esempi di storytelling improbabili, lezioni di leadership ricavate da episodi aeroportuali, epifanie manageriali nate davanti alla macchinetta del caffè.
La prima reazione, dunque, è il sarcasmo.
La seconda rischia di essere dietro l’angolo: smettere di prestare attenzione a questi contenuti in eccesso. Per non dire di chi è arrivato ad abbandonare il social network, pur di non imbattersi più in tale valanga di “AI slop”.
E queste reazioni possono rappresentare un grosso problema per un social network professionale, per uno spazio dove aziende e persone costruiscono reputazione e credibilità.
LinkedIn senza AI, nell’interpretazione ironica di un utente
Del resto, il dubbio che LinkedIn stia diventando meno efficace di un tempo, anche per cercare lavoro, sta affiorando in diverse fasce di utenti. Se anche questa funzione venisse messa in crisi (è quello che ha paventato - in realtà fornendo alcuni antidoti - un provocatorio articolo de Il Post “LinkedIn serve a qualcosa?” ), il futuro di questo social network potrebbe essere veramente a rischio.
Cosa, o chi, può salvare LinkedIn
Oggi, LinkedIn continua a essere uno degli spazi migliori per costruire conversazioni professionali, visibilità e relazioni.
E proprio in questo contesto stanno emergendo figure sempre più rilevanti: i creator professionali. Se la “deriva” è verso un social networking più leggero e più su misura della Gen Z, non è una sorpresa se pure LinkedIn sta diventando un luogo per influencer e professionisti del contenuto. Che non scrivono post in serie con l’Intelligenza Artificiale. Utilizzano LinkedIn con un linguaggio riconoscibile, un proprio stile, contenuti verticali e una community attiva. Sfruttano i nuovi strumenti introdotti negli ultimi anni: una piattaforma di publishing integrata, l’opzione di distribuire il contenuto in forma di newsletter.
L’evoluzione è stata ben analizzata da Lia Haberman, che ha dedicato un approfondimento al ruolo crescente dei creator nella piattaforma e al modo in cui LinkedIn sta progressivamente adottando logiche tipiche della creator economy.
(Approfondimento: 7 Things to Know about LinkedIn in 2026).
L’influenza, dunque, non è più prerogativa esclusiva di CEO o top manager, secondo un’evoluzione che adesso anche LinkedIn ha formalizzato con i suoi programmi dedicati a chi crea contenuti.
Oggi, per gli influencer su LinkedIn, possiamo distinguere almeno tre categorie:
1. Top Voices istituzionali
Executive, imprenditori, giornalisti, leader di pensiero con un posizionamento chiaro e una community consolidata.
2. Creator verticali indipendenti
Esperti di HR, marketing, finanza, tech, sostenibilità. Profili che costruiscono autorevolezza attraverso contenuti ricorrenti, formati riconoscibili, conversazioni attive nei commenti.
3. Employee-creator
Professionisti “normali” che, raccontando il proprio lavoro e la propria azienda, diventano di fatto ambassador con un seguito significativo.
Creator internazionali
Negli Stati Uniti, figure come Gary Vaynerchuk utilizzano LinkedIn come estensione del proprio ecosistema media, mescolando marketing, leadership e contenuti motivazionali in una logica cross-platform.
Allo stesso modo Mel Robbins porta sulla piattaforma contenuti legati a produttività, benessere e crescita personale, dimostrando che l’area “professionale” può includere dimensioni emotive e identitarie.
Interessante anche il caso di Natalie Marshall (Corporate Natalie), che nasce su TikTok e Instagram e porta su LinkedIn un linguaggio generazionale, ironico e metanarrativo sul mondo corporate. È un esempio evidente di contaminazione tra creator economy e ambiente professionale.
Creator italiani
Anche in Italia il fenomeno è visibile.
Giorgia Fumo, riconosciuta tra le Top Voices italiane, utilizza la comicità per leggere e interpretare dinamiche aziendali e professionali. La sua presenza in eventi corporate dimostra come il confine tra creator, intrattenimento e comunicazione d’impresa sia sempre più poroso.
Gabriella Greison porta su LinkedIn divulgazione scientifica e cultura, dimostrando che autorevolezza e storytelling possono convivere anche in un ambiente business.
Profili come Silvia Rovere mostrano invece come un executive possa utilizzare la piattaforma non solo per comunicazione istituzionale, ma per alimentare una conversazione più ampia su leadership e trasformazione.
Un post di Giorgia Fumo
Perché coinvolgere i Creator
In uno scenario in cui le pagine aziendali competono in un feed dominato da persone, e i contenuti sono sempre di più, collaborare con Creator e Top Voices può diventare, per molte aziende, un’alternativa — o un’integrazione — alla produzione esclusivamente interna.
Le ragioni sono in buona parte le stesse già valide su Instagram e TikTok:
1. Credibilità trasferita
Un Creator ha una relazione attiva con la propria community. Non solo visibilità, ma fiducia.
2. Distribuzione organica
L’algoritmo tende a premiare i profili personali rispetto alle pagine corporate. La conversazione si sviluppa nei commenti.
3. Linguaggio nativo
I Creator conoscono tempi, formati e dinamiche della piattaforma. Sanno costruire attenzione e generare dialogo.
Come coinvolgere i Creator
Le forme di coinvolgimento possono essere diverse e molteplici. Ideale sarebbe sempre un coinvolgimento “reale” che vada molto al di là di un post di pubblicità o di endorsement. Qualche idea? Reclutare il Creator come moderatore in una tavola rotonda aziendale. O intervistatore in un format di corporate podcast. Invitarlo a vivere e a raccontare l’esperienza di un new joiner in azienda. Fargli testare in anteprima una novità prima che questa venga lanciata sul mercato. Trasformarlo in testimonial di un programma di Corporate Social Responsibility.
Gli unici limiti sono: la fantasia; e naturalmente la coerenza tra la personalità del brand, la personalità del Creator e i temi da comunicare.
Kit di sopravvivenza LinkedIn
In un ambiente saturo di contenuti, la regola d’oro dovrebbe diventare:
Meno contenuti.
Più qualità.
Post solo quando c’è qualcosa di significativo da raccontare.
Notizie selezionate con cura.
Contenuti che portino davvero valore alla community.
Il focus sulla qualità è tornato anche in un recente blog post in cui proprio lo staff di LinkedIn ha fornito alcune indicazioni-chiave, in questo caso per far sì che il contenuto incontri il favore delle risposte fornite dall’Intelligenza Artificiale.
Un’altra linea guida fondamentale per una strategia LinkedIn efficace è: spazio alle persone. Che siano creator professionali o Top Voices da coinvolgere in collaborazioni strutturate – non dimenticando di valorizzare sia la Corporate Reputation sia l’Employer Brand -, un alleato dell’azienda con un nome e cognome e una reputazione già forte è un alleato fondamentale.
Ma la prima cosa da chiedersi è: e se il mio LinkedIn influencer lo avessi già in azienda?
Tornare all’autenticità delle persone e delle loro competenze
Le aziende hanno spesso una risorsa potentissima su LinkedIn: le persone che lavorano al loro interno. Professionisti competenti. Talenti con storie reali. Esperienze autentiche.
Valorizzare queste voci — senza forzarle dentro format preconfezionati — può essere molto più efficace che produrre flussi continui di contenuti corporate. Con una doppia efficacia: in chiave di comunicazione esterna e in chiave di comunicazione interna. Dimostrando attenzione alle persone, valorizzazione di competenze e soft skills dei singoli collaboratori.
Alcune aziende promuovono già adesso il racconto autentico da parte delle proprie persone, premiandole nell’ambito di “ambassador program” e incentivando i loro post come attività di “employee advocacy”. È importante gratificare. Sarebbe sbagliato forzare.
In un feed sempre più pieno di post perfettamente ottimizzati dall’IA, potrebbe essere ancora l’autenticità a fare la differenza.
Nel marzo 2026, avevamo scritto di come LinkedIn stesse vivendo una profonda crisi dovuta all’overdose di contenuti e all’omologazione dei post, anche in virtù del largo utilizzo dell’Intelligenza Artificiale generativa per la redazione dei post.
Qualche mese dopo, possiamo dirlo: LinkedIn ha preso il problema molto sul serio. E sta reagendo.